15 aprile 2017

VEGETARISMO. Non cambia il Mondo ma se stessi. Non-violenti solo a tavola?

E' da decenni, da quando divenni vegetariano, giovanissimo, il primo gennaio 1970 (quindi molto prima che pubblicassi per gli Oscar Mondadori L'Alimentazione Naturale, I ed, nel 1980, e Il Piatto Verde sul vegetarismo, I ed., nel 1987), che conduco la mia campagna a favore del recupero da parte di tutti noi vegetariani del senso dell’umorismo, dell’autoironia, del relativismo laicista e liberale, dei limite della storia, della psicologia, della biologia. Con tanto di rispetto per chi “sbaglia”. Del resto il carnivoro è convinto – e a ragione, dal suo punto di vista – che sbagliamo noi, e che siamo noi invece a fargli violenza psicologica.
      “Sbagliare”, “errore”, “violenza”? Ahi, ahi, siamo ancora a queste parole fondamentaliste, che dico, clerico-fasciste? Chi giudica chi? Forse chi vorrebbe incarcerare o uccidere i... macellai? (sentita e letta più volte in cortei vegan e blog).
      Noi non siamo e non dobbiamo essere né una setta religiosa di fanatici, né una moderata e opportunista Chiesa cattolica. La quale solo ora parla in modo ipocrita, populista e demagogico di “risparmiare gli agnelli a Pasqua”, per accattare qualche fedele ignorante, ora che le chiese sono vuote e la Chiesa rischia di diventare solo un movimento di opinione mainstream, una Onlus, oltretutto a nostro totale carico finanziario. “Piazze piene, chiese vuote”, ma borsellino pieno.
      E in passato, per 2000 anni? Quando aveva il potere temporale, neanche nei conventi la Chiesa ha mai escluso la carne; anzi ha colpito duramente le regole monastiche vegetariane, accusate perfino di cripto-eresia (cfr. M.Montanari, L’Alimentazione nel Medio Evo, cit. a mem.), tanto che alcuni teologi sostenevano che “gli animali ambiscono a essere divorati da quelle anime pie dei preti, anziché dal popolaccio volgare” (N.Valerio, Il Piatto Verde, cit. a mem.).
      Non-violenti? Come no; ma solo a tavola? Non è un po’ pochino? A parte quelli, tanti, che per ignoranza della scienza, cioè conoscenza, anche a tavola fanno violenza a se stessi? E i colleghi di lavoro, i condòmini, i vicini di casa, la famiglia, i parenti, Internet, Facebook, gli sconosciuti, gli altri automobilisti, la società? Valgono meno dell’alternativa bistecca-tofu? È sotto gli occhi di tutti l’aggressività, la violenza che spira da questi luoghi: nessuna differenza tra veg o non-veg.
      Del resto, se neanche preti, monache, pastori, rabbini e imam sono di per sé i più buoni e onesti degli uomini (lo dicono loro stessi), come potremmo esserlo noi vegetariani in quanto tali?
      Anzi, c'è chi accusa - e certi fatti sembrano dargli ragione - non pochi vegetariani, p.es. alcuni vegan, di essere più irosi e aggressivi dei non-vegetariani. Una contraddizione bella e buona con l'asserita non-violenza, che deve essere anche e prima di tutto verbale. Non è che con le diete auto-prescritte c’è carenza di vitamine del gruppo B, potenti regolatrici dell’equilibrio neurologico?
      E poi dovremmo renderci conto che la vita sulla Terra, compresa quella dell'Uomo, non è naturalmente non-violenta. La vita, anzi, nasce dalla morte. Esistono migliaia di piccoli e grandi atti di violenza ineliminabili o addirittura necessari alla nostra vita. Già soltanto respirando, mangiando anche solo vegetali, digerendo, curandoci con farmaci e camminando, uccidiamo migliaia di vite (insetti, batteri, virus).
      L'alimentazione, perciò, non è l'unico, e neanche forse il miglior campo in cui sperimentare la non-violenza: perché più di tanto non si può fare a tavola, esistendo invalicabili, essenziali, esigenze biologiche del corpo umano.
      E tanto più oggi che sappiamo tante cose di scienza (ma già nei tempi antichi i medici ippocratici e naturisti ne erano convinti) il vegetarismo ha importantissimi effetti sul corpo umano e la salute. Insomma, l'etica, la filosofia, la non-violenza universale, non sono l'unica motivazione del vegetarismo.
     Sarò paradossale e anti-massa, come al solito (ma mi dà ragione il nostro G.B. Shaw, un altro veg che “non sembrava veg”, tanto era anticonformista); ma se conquistassimo tutti noi che cianciamo abusivamente di “superiorità morale” l’umorismo e la tolleranza, e se studiassimo un po’ di più, ecco che davvero avremmo dimostrato la presenza nel nostro corpo di quello speciale misterioso "marcatore" che rivela insieme intelligenza e moralità.
      Non basta una dieta, anche se sostenuta da tutte le idee più sublimi in fatto di etica, per auto-definirsi "più onesti", "migliori" degli altri. Diete e idee si copiano facilmente. Contano, invece, i comportamenti, anche minuti, i fatti e le opere della nostra vita quotidiana.
      E allora? Il vegetarismo è una scelta individuale nobile e valida, se scientificamente sostenibile da quella singola persona. Ma non si presta alla propaganda, al "furto delle anime" in cui sono bravi i missionari cattolici, alle vanterie statistiche, tanto meno alla economia e alla politica: tutte attività che hanno sempre un fondo di seduzione corriva, di prescrittività autoritaria "per gli altri", considerati colpevoli di tutti i mali del Mondo, di violenza psicologica. Col vegetarismo non si cambia il Mondo, ma, forse, nei casi migliori, si dimostra a se stessi di essere un poco, solo un poco, già cambiati.

AGGIORNATO IL 16 APRILE 2017

12 aprile 2017

LIBUM dell’antica Roma. In Umbria e Marche è la pizza al formaggio o crescia.

La conoscete la storia gustosissima del “panettone salato al formaggio"? No? Eppure, non è una stranezza moderna, magari della solita cuoca dilettante su un blog; ma è molto, molto più antica e nobile (e saporita) del dolcissimo, stucchevole, sopravvalutato panettone alto "milanese". 
      Non si era detto che dobbiamo riscoprire le nostre gloriose origini antropologiche e culturali? E in Italia, oltre alla lingua e all’arte, le tradizioni più antiche e vere parlano di cibo. E sono pagane, ovviamente, non cristiane. La Chiesa, anzi, ebbe la furbizia (secondo altri vi fu costretta) di utilizzare per le proprie nuove festività i riti e le abitudini che il popolo già seguiva in età pagana: dalla lingua latina alle feste della Luce e ai Saturnali (Natale-Epifania-Carnevale), dalle grandi basiliche (colonne, templi e basiliche romane) al cibo, appunto. Tra i tanti aspetti della nostra ignoranza di moderni, c’è, appunto, quella delle nostre Tradizioni antropologiche alimentari più remote.
      È il caso del bimillenario libum etrusco-romano. Che è un’eccezione: quasi tutte le pietanze oggi definite “tradizionali”, con tanto di ricetta codificata, risalgono al Novecento (p.es. il panettone “milanese”, la pizza “napoletana”, gli spaghetti “romani” alla carbonara o all’amatriciana, i pizzoccheri “valtellinesi” ecc.) o alla fine dell’Ottocento, come tutte le ricette derivate dall’Artusi. Perciò, quando si scopre la sopravvivenza d’una pietanza di almeno 2500 anni fa, trascinatasi praticamente uguale fino ad oggi, sia pure nell’indifferenza generale e ormai ristretta a poche province, si fanno salti di gioia.

     
      Il libum era un caratteristico “pane condito” rituale e festivo. Lo si “offriva” agli Dei per ingraziarseli, ma poi naturalmente andava al sacerdote, proprio come oggi. In pratica erano costretti a papparselo i poveri domestici dei sacerdoti, i quali continuavano a ingrassare, a ingrassare; tanto che una volta addirittura scioperarono per protesta. Se lo donavano tra loro anche gli sposi: e una volta che per distrazione mettevi il libum sul piatto della sposa, o viceversa, era finita. Peggio dell’anello di oggi: eri incastrato!
      La ricetta, stringata e severa, com’era dell’uomo, ce la dà addirittura il grande Marco Porzio Catone, strana figura di politico dalle forti idee, magistrato pubblico integerrimo, intellettuale versatile e agricoltore efficiente che non disdegnava di sporcarsi le mani di terra o di stabbio, detto il Censore per le motivate critiche che rivolgeva a tutto e a tutti (e a differenza di quanto accade oggi i critici allora erano molto temuti e ascoltati). Arrivò al punto di lasciare ai posteri perfino la ricetta d’un finto vinello di mistura di sua invenzione per i servitori e braccianti (mosto, aceto, tanta acqua ecc.) che doveva sostituire il vino, vietato non solo ai minori di 30 o 35 anni e a tutte le donne, ma anche ai servitori. A riprova del mio detto che solo i Grandi Uomini sanno occuparsi, e bene, delle tante Piccole Cose; mentre chi si occupa solo di asserite, da lui, poche Grandi Cose, è quasi sempre un mediocre.
      Di libum scrive Catone, in stile tacitiano, cioè usando pochissime parole, come un appunto per il suo fattore, nel suo De Agri Cultura. Ecco il testo originale latino:


«Libum hoc modo facito.
Casei P. II bene disterat in mortario. Ubi bene distriverit, farinae siligineae libram aut, si voles tenerius esse, selibram similaginis eodem indito permiscetoque cum caseo bene. Ovum unum addito et una permisceto bene. Inde panem facito, folia subdito, in foco caldo sub testu coquito leniter». 
(Cato, De Agri Cultura, LXXV).

Che, tradotto in italiano, dice: «Il libum, preparatelo così: Pestare bene in un mortaio due libbre di formaggio. Quando lo avrete sminuzzato bene, impastare bene col formaggio una libbra di farina di frumento o, se lo volete più leggero, mezza libbra. Aggiungere un uovo e di nuovo impastare tutto attentamente. Quindi dare forma di pane, porre su un letto di foglie [di alloro] e far cuocere lentamente in un testo [vaso di terracotta] caldo». [NV]
      Quindi, in pratica, portata in una cucina di oggi la ricetta catoniana sarebbe::

Farina (all’epoca, integrale) di grano tenero: 327 g
Formaggio pecorino poco stagionato o analogo molto saporito: 655 g
Uovo: 1
Acqua, quanto basta
Foglie di alloro


      Ma per chi ha un minimo di conoscenza di gastronomia, questa è, pari pari, sia pure con meno formaggio e più farina, la famosa “pizza di Pasqua” cresciuta, una sorta di panettone salato al formaggio che dopo millenni è ancora in uso per Pasqua in Umbria, Marche, e in qualche paesino del Viterbese (nell’Ottocento anche a Roma). Oggi a Roma e in molte altre province d’Italia, è molto diffusa, invece, un’altra versione del libum, che pure i Romani avevano, quella dolce, impiegando cioè al posto del formaggio il miele, oggi sostituito dallo zucchero. Anche questa, pizza “cresciuta”, cioè molto lievitata (per distinguerla dalla pizza bassa a piadina), più o meno come il panettone di Milano delle origini, anche se più bassa, diciamo come Le Tre Marie, ma senza uvetta e canditi, e da Firenze in giù con l’olio di oliva al posto del burro: è la popolare “pizza di Pasqua”. Italianissima, perché latina.
      Ma torniamo al poco noto e più antico “panettone salato al formaggio”, cioè al libum originario di Catone. Ecco come si è trasformato oggi, dopo oltre 2500 anni. Prendiamo una ricetta moderna a caso tra cento varianti locali dal sito marchigiano “Le padelle fan fracasso” (poi un giorno parleremo della passione psicopatologica per titoli strani, giochi di parole e insegne fantasiose, dietro cui poi ci sono i contenuti più banali):

Pizza di Pasqua al formaggio umbra-marchigiana:
350 gr. di farina 0
150 gr. di percorino stagionato grattugiato
130 gr. di parmigiano reggiano grattugiato
160 gr. di acqua tiepida
2 uova
60 gr. di olio di oliva
sale
pepe macinato al momento


      E c’è anche la solita cuoca fissata col “soffice” che aggiunge lievito di birra o lievito a pasta acida: niente di grave, anzi si alza molto di più del libum dei Romani (che non potevano avere il nostro potente lievito da pane). Insomma, a parte questo, è praticamente uguale alla ricetta di Catone.
      Chi volesse realizzare questa ricetta – non facilissima: ci sono troppe variabili che possono andare storte, e perciò è adatta a una persona di esperienza o intuito – lo faccia almeno con intelligenza storica, per imparare quali erano i sapori genuini dell’Antichità: usi buona farina biologica e integrale al 100 per cento (p.es. Alce Nero, nelle botteghe del naturale: 1 kg a 2,20 euro). Alla fine, il mio suggrimento è di avvicinarsi un po’ di più alla ricetta antica, riportare la proporzione tra formaggio e farina almeno alla parità e condire poco o nulla, perché si tratta di un pane già super-ricco di condimento (proteine, sale e grassi del formaggio). L’olio non serve: al massimo mezzo bicchiere (50 g). Il sale va dato giusto, perché conosco i miei polli: le cuoche italiane tendono a utilizzare i formaggi più insapori che trovano... E invece, no, qui bisogna usare formaggi di pecora, o almeno di mucca molto saporiti. Ma, attenzione, Catone parlava di formaggio fresco sbriciolato, mentre nella ricetta andante oggi (v. sopra) si ripiega furbescamente sul formaggio stagionato grattugiato. Invece, torniamo al formaggio poco stagionato da tagliare a cubetti, sbriciolare e impastare. Non è grave, anzi, è meglio se restano dei pezzetti di formaggio semi-stagionato o semi-fresco nell’impasto: aumenterà l’effetto “sformato” e diminuirà l’effetto “torta di farina”. Il formaggio, tanto più quanto è fresco, ha anche un effetto lievitante. È possibile anche ricorrere alla ricotta di pecora, la più asciutta possibile (altrimenti va lasciata scolare in un panno sospeso in un colino per alcune ore in frigorifero). 

      Perciò la mia proposta, tutta da sperimentare, sia chiaro, è:

Farina integrale e biologica di grano tenero: 250-500 g
Formaggio pecorino o analogo molto saporito poco stagionato: 250-500 g (comunque, stesso peso della farina)
Uova: 1 o 2
Olio: 0-50 g
Sale: quanto basta
Pepe: tanto più se manca l'alloro perché si sceglie l'impasto fluido e la forma, in quanto indispensabile per l'aroma
Acqua: quanto basta
Foglie di alloro: se si usa un impasto più duro, tipo pane, senza forma


      L’impasto potrà essere più o meno morbido. Va versato in una forma di coccio a vaso, all’antica, o in un’apposita forma semiconica da forno, oppure in forme di carta da panettone o in una normale pentola di acciaio. In versione più solida (pasta più consistente, con più farina e-o meno acqua) è possibile infornare senza forma su una mattonella di cotto sopra un letto di foglie di alloro: in tal caso la pizza verrà bassa e allargata. La durata della cottura, sempre in forno già caldo, è direttamente proporzionale alla farina impiegata. Buon impasto e buona infornata. In quanto a me, mi guardo bene, come singolo, dal metterla in pratica questa stupenda e saporitissima pizza salata al formaggio: mi toccherebbe poi mangiarmela tutta e... addio dieta!


AGGIORNATO IL 13 APRILE 2017

04 aprile 2017

VACCINI. Stimolano le difese naturali e sono meno rischiosi dei normali virus.

Risultati immagini per vaccins clipartVACCINI, SI O NO? Mi ha scritto un’amica: «Aspettavo di leggere (le confesso con parecchia curiosità e interesse) un suo commento/articolo sull'argomento "vaccini si o no". Ha già postato qualcosa in passato e me la sono persa? Oppure è nelle sue intenzioni, e potremo leggere qualcosa in futuro? Grazie».
      Non intendo, sia chiaro, partecipare alla solita "corrida" ideologica o religiosa sul tema. Chi mi ha chiesto un parere lo ha fatto, con tutta evidenza, perché mi conosce come coerente divulgatore del Naturismo. Perciò parlo qui solo di cose di mia competenza, cioè della compatibilità teorica, concettuale, biologica, delle vaccinazioni con la filosofia di vita naturista e salutista. Ogni discorso sull'efficacia epidemiologica di ogni singola vaccinazione – per bambini o adulti – deve essere affrontato, invece, solo da epidemiologi medici e Istituti Nazionali di Sanità. Spero di essere stato chiaro.

VACCINI E NATURISMO (*)
È noto che la Natura immette virus vivi e vitali nell’uomo, virus che sono quasi sempre uccisi dal nostro efficiente sistema di difese immunitarie, dotato perfino di leucociti “memorizzatori” che assicurano immunità nel caso in cui dovessero ripresentarsi virus uguali. Invece, i vaccini creati dall’uomo inoculano virus morti o attenuati oppure parti di virus.
      Quindi, già l’impatto microbiologico d’un vaccino è minore rispetto a quello che ci tocca naturalmente ogni giorno nella nostra vita. Per fortuna si è scoperto che anche pezzi di virus o virus morti (vaccini) scatenano reazioni di difesa e garantiscono immunità più o meno prolungata nel tempo. Insomma, il processo di difesa, le reazioni del corpo umano, sono le stesse di quelle naturali previste per i virus allo stato libero.
      Quindi, già per questo primo aspetto, come potrebbe un vero naturista o salutista razionale, cioè che ragiona, opporsi ai vaccini?
      Del resto, già i medici della Grecia e dell’Antica Roma avevano capito che chi era sopravvissuto alla peste non la prendeva più, cioè era immune per tutta la vita. E poiché erano intelligenti, qualche pensierino l’avranno fatto su questa logica biologica; altrimenti verso il 1000 d C non avremmo avuto improvvisamente (la scienza non fa salti) documentazione di persone immunizzate dal vaiolo aspirando col naso polveri ricavate da croste vaiolose di malati.
      Si obietterà: va bene, ma la filosofia e la medicina del Naturismo non si oppongono ai farmaci artificiali?
Intanto, si è visto, un vaccino non è un farmaco, cioè una sostanza chimica capace di una sua azione farmacologica autonoma nel nostro corpo, ma un organismo biologico di origine naturale che stimola le reazioni proprie del nostro corpo.
      Poi il Naturismo medico-alimentare deriva proprio da Ippocrate (“medicina ippocratica”), padre – guarda caso – anche della medicina scientifica. Perciò il salutista che segue la Tradizione e il medico della ASL hanno curiosamente il medesimo mito o punto di partenza storico e simbolico.
      E se la medicina ippocratica cura con i mezzi naturali, anche la medicina scientifica di oggi usa farmaci che in buona parte derivano da principi attivi naturali. E, ripeto, lo stesso ricorrere alle difese immunitarie, sia pure stimolandole, è un processo naturale.
      E gli effetti secondari? "Primum non nocere", per prima cosa non nuocere. Il farmaco – naturale o artificiale – deve essere efficace e non deve nuocere. Per analogia, neanche il vaccino.
      Ma questo motto, essendo noto oggi (non ai tempi di Ippocrate) che perfino tutti i cibi vegetali contengono veleni naturali, che spesso coincidono con i principi attivi (perfino cavoli e rucola sono anti-cancro, ma irritanti delle vie urinarie e, se in eccesso, antitiroidei e gozzigeni), deve essere interpretato così: “I farmaci, naturali o artificiali che siano, non devono nuocere più di quanto giovino”, cioè devono sempre “far più bene che male”, visto che un po’ di male c’è sempre, in ogni cosa. Perciò va sempre valutato il bilancio finale, clinico o epidemiologico, tra i “pro" e i "contra”.
      E sotto la voce “contra” ci sono anche le sostanze minori aggiunte al vaccino o farmaco per facilitare il metabolismo enzimatico e l’assimilazione del principio attivo, e anche gli eccipienti neutri. Non di rado proprio queste sostanze minori sono sul banco degli accusati. Smentita definitivamente la voce fraudolenta che alcuni vaccini favorissero l'autismo, si è visto anche che dei due eccipienti più preoccupanti, il metil-mercurio, usato - quando c'è - come conservante, è metabolizzato dal corpo in etil-mercurio, impiegato fin dagli anni Trenta senza tossicità e senza alcun rapporto con l'autismo; mentre l'alluminio utilizzato in minime quantità per migliorare le difese immunitarie e del resto naturalmente presente in molti cibi, è metabolizzato dai bambini senza tossicità.
      Perciò, nel consuntivo finale, se la statistica medica ci assicura che il bilancio delle vaccinazioni, specialmente quelle di base dell’infanzia, fondate sui principi biologici che abbiamo detto, è altamente positivo, cioè serve a far scomparire del tutto malattie epidemiche non solo con l’immunità individuale ma anche creando un ambiente ostile al propagarsi dei virus, anche noi salutisti che seguiamo i metodi naturali dobbiamo essere d’accordo.
      Se poi i farmacologi ci mostrano che alcuni eccipienti tossici d'un tempo sono stati eliminati o ridotti (quindi aumentando sempre più i “pro” e riducendo sempre più i “contra”), e che comunque i “casi avversi” sono rari, e non tanti e tali da inficiare il principio stesso e l’utilità grandissima delle vaccinazioni, specialmente di quelle infantili di base e obbligatorie (v. documenti della OMS-WHO), non è possibile trovare obiezioni. Del resto, in rarissimi individui produce effetti gravi perfino un’aspirina, il cui principio attivo, come molti farmaci, è di origine naturale derivando da una pianta: il salice.
      Anche perché è fondamentale, e a maggior ragione per un naturista, l'antico motto “Primum vivere, deinde philosophari”: prima di tutto vivere, poi teorizzare. E qualunque mezzo dobbiamo obbiamo usare, meglio se naturale e con ridotti effetti secondari, per sconfiggere la malattia. E il vaccino usa un tipico sistema naturale.
      Non per caso nell’Ottocento perfino il reazionario e cattolico integralista Monaldo Leopardi fece vaccinare (vaiolo) il giovane Giacomo e gli altri figli, e addirittura molti cittadini di Recanati.
      Il Naturismo, ispirandosi da secoli a Ippocrate e alla sperimentatissima “vita semplice e sana” degli Antichi, segue la Natura, sia la "natura dell’Uomo", sia la Natura esterna, che però si osservano e si studiano solo con la Scienza. Non ci sono altri modi per studiare e seguire la Natura. La Scienza è la base sia degli studi di biologia, sia dello stesso Naturismo serio. Proprio perché anche Ippocrate, anche gli Antichi, seguivano la Scienza (certo, quella che era alla loro portata).
      Ne consegue che anche la filosofia naturista deve evolversi e seguire, secolo dopo secolo il buonsenso dell’Uomo, cioè il progresso della conoscenza, secondo il metodo "prove ed errori". Esiste una “Ragione nella Natura”, e l’Uomo ne è una prova, come dimostra la sua evoluzione e la sua Storia, fatta di sperimentazioni “per prove ed errori” con cui ha letteralmente inventato il suo cibo selezionandolo tra tutte le sostanze naturali vegetali, animali e minerali in cui per caso s’imbatteva, soccombendo spesso per opera di piante e animali, e alla fine chiamando “alimentazione sana e naturale” quella che casualmente e per scelta aveva notato che procurava meno svantaggi e più vantaggi. Lo stesso ha fatto con i farmaci e con i vaccini.
      Per tutti questi motivi, in conclusione, anche come naturisti severi o seguaci della Tradizione, non possiamo obiettare nulla ai vaccini fondamentali e dichiarati "obbligatori" o "fortemente consigliati", e dobbiamo vaccinarci.
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(*) Su quale sia il vero significato del termine "Naturismo", visto che Wikipedia ne dà una spiegazione sbagliata e sottoculturale, si veda questa mia monografia completa nel presente blog.

PS. Google mi ricorda che un post sui vaccini - anzi, più combattivo - l'avevo già scritto tempo fa su Facebook. In passato, però, ci sono state anche campagne di vaccinazioni discutibili o infondate. Perciò, anni fa, lo ricordo per onestà intellettuale, polemizzai duramente con l'allarmismo generato da alcuni ambienti internazionali sulla cosiddetta "influenza suina" H1N1 che spinse le Autorità Sanitarie a consigliare la vaccinazione pur in presenza di prove carenti, come stabilirono studi scientifici. Altri studi dimostrarono anche i risultati scarsi, se non controproducenti, della vaccinazione anti-influenzale nei bambini piccoli. Sono casi particolari, estremi, che vanno ascritti alle decisioni pratiche e contingenti delle Autorità Sanitarie, degli epidemiologi e dei clinici dei vari Paesi, che non intaccano il principio di cui parlo nel Manifesto sopra riportato, che attiene unicamente la compatibilità teorica delle vaccinazioni per un naturista.

AGGIORNATO IL 23 APRILE 2017

25 novembre 2016

LAUREATI? Sempre meno. E non sono troppo diversi dagli altri per incultura.

Una laurea non fa di una persona senza qualità un genio (e neanche un colto o un erudito), e viceversa chi non ha la laurea non è detto che sia poco intelligente o un cialtrone. Fatto sta che Guglielmo Marconi, Jack London, Eugenio Montale, Thomas Edison, Ernest Hemingway e Benedetto Croce, solo per fare pochi esempi, non erano laureati; mentre qualsiasi ragazzotta-o in carriera lo è o dovrebbe esserlo oggi, fosse pure una laurea triennale, per non contare i più vari “master” di specializzazione. E molti giornalisti non laureati (sono la maggioranza: p.es. Biagi) si sono dimostrati comparabili, se non più bravi, di tanti laureati.
      Ma almeno la laurea (quella "lunga", più completa, che impone più metodo, più sacrifici), nonostante il degrado culturale e l’appiattimento degli studi universitari che tocca anche la qualità stessa delle lauree, a parte i casi in cui è davvero un “requisito minimo”, appunto minimo, indispensabile per garantire uno standard statistico medio di affidabilità accettabile per non nuocere agli altri (chimica, medicina, ingegneria civile, diritto ecc.) è la prova – unica – di un metodo. Cioè? La laurea è semplicemente la prova che la persona, qualunque sia la laurea, sa studiare, è capace di discriminare rapidamente tra testi seri e poco seri, ovvero ha un forte senso critico sia nella materia sia in generale, sa trovare le prove scientifiche di quello che afferma, sa riferire lo “stato dell’arte” in materia, oppure, se non è aggiornato e negli anni si è lasciato andare e quasi è ricaduto nell’ignoranza, purtuttavia al bisogno saprebbe andare a cercare i testi giusti o gli studi nuovi per aggiornarsi rapidamente. Ecco a che cosa “serve” una laurea.
      Un quid in più che si nota ogni giorno, quando manca. Fateci caso: chi non ha laurea, qualunque laurea lunga, è più soggetto a interpretare male fatti e persone, a essere superficiale, a capire meno un testo complesso, a cadere negli equivoci, a dar credito a qualunque tesi o suggestione individuale, a mettere tutto sullo stesso piano, idee serie e tesi balzane, verità dimostrate e timori, dati certi e voci popolari. Un maligno potrebbe commentare: ma è un po' quello che fanno quasi tutti i cronisti, per i quali "una idea vale l'altra" essendo pur sempre una “notizia” una volta che viene espressa. Certo, ecco perché per un giornalista è poco importante essere o no laureato, dice qualcuno. No, ecco perché, proprio per un giornalista, sostengo io, sarebbe indispensabile una laurea severa, proprio per selezionare e scegliere meglio le notizie, e dare il giusto peso a una tesi.
      Insomma, la laurea è utile proprio oggi, in tempi di sottocultura di massa, di "superficialità veloce", col proliferare della disinformazione, ora che libretti autoprodotti e internet permettono a chiunque di diffondere notizie o “spiegazioni” su cibo, politica, storia, scienza, medicina ecc. creando leggende metropolitane e mistificazioni d’ogni genere. Anche se con la crisi del lavoro intellettuale spesso i laureati vanno ad affollare l’insegnamento, la pubblica amministrazione, le professioni, e perciò uscendo dagli studi attivi potrebbero perdere l’abitudine al vaglio critico, oppure si rintanano nell’Università, lontano dai clamori del Mondo e dal mondo degli adulti, spesso luogo di scontro o concorrenza sleale con altri docenti, quando non accademia bolsa e conservatrice come ripeteva Croce, un luminoso esempio di “non laureato” proprio per un’aristiocratica e selettiva concezione della cultura e degli studi, un intellettuale che studiò, e con metodo ultra-rigoroso, tutto il giorno, tutta la vita.
      Ma essere ultimi per numero di lauree (24% Italia, nella fascia di età 25-34 anni, contro il 41% della media dei 34 Paesi Ocse), secondo una ricerca dell’OCSE (2015) riportata dai giornali, come capita all’Italia che fu il primo Paese al Mondo a fondare un’Università degli Studi e ad avere perciò i primi laureati, è il segno di un ambiente intellettuale, scolastico e culturale degradato, un pessimo sintomo di decadenza, perfino morale. Che gli Italiani di oggi, ben diversi dai colti Grandi Uomini dell’Italia del passato di cui ci vantiamo sempre ipocritamente, non amino studiare e perfino leggere, si era capito da tempo. Ma questa è la base intellettuale, sociale e starei per dire antropologica della nuova Democrazia di massa: vuole uomini mediocri e ignoranti; anzi, troppi intellettuali – con il loro esasperato senso critico, figuriamoci – sarebbero d’impaccio.
      Così, il tessuto psicologico e sociale della popolazione dominante è totalmente invertito rispetto all’Antichità etrusco-romana o rinascimentale: in pratica è come se, grazie al suffragio popolare, proprio quei servitori e contadini muti e senza idee che vivevano ai margini della società al tempo dei colti (i “laureati” dell’epoca) Cicerone e Seneca, Machiavelli e Leon Battista Alberti, oggi fossero al Potere e risultassero determinanti in ogni sia pur piccola scelta nella società. Una vera e propria regressione parallela, cioè doppia (la maggioranza conquistata dal popolo senza titoli di studio, e l’inizio della decadenza della qualità stessa degli studi e dei titoli accademici) che in Italia può esser fatta convenzionalmente iniziare attorno al 1912 (“Patto Gentiloni” che convinse le masse cattoliche a partecipare al voto).
      Non che basti un titolo di studio elevato, ripeto, per garantire cultura (non solo generale, spesso carente, ma specialistica) e tanto meno un vigile senso critico ogni giorno e per tutta la vita. Soprattutto in situazioni imprevedibili o di stress. Basta assistere a certi dibattiti televisivi. Dove, però, le pecche evidenti dei “laureati” o assimilati sembrano dovute più a deficit di carattere, cioè all’eventuale ruolo psicologico dell’emotività o faziosità. o alla lentezza o inadeguatezza nell’altercare, che a carenze di personalità, cioè di intelligenza, idee e cultura. Fatto sta che spesso nella vita quotidiana, a sentirli parlare, ragionare, argomentare, prendere posizione, i laureati, i professori universitari, gli “esperti”, fanno imprevedibilmente una modesta figura; tanto che molti di loro, e non i migliori, quando si vedono costretti a confrontarsi con la gente qualunque o appaiono in televisione devono sopperire con l’altezzosità, l’arroganza o la prosopopea, “atteggiamento – dice un dizionario – improntato a una presuntuosa e talvolta ridicola gravità”, che altro non è che un recinto di protezione che dovrebbe difenderli con un’opportuna distanza dalle critiche del popolo per definizione ignorante.
      Di fatto, osservando come parlano e soprattutto come discutono e litigano gli Italiani, a quali argomenti di "prova" ricorrono per vincere in una qualsiasi contesa, la prima apparenza è che tutti, laureati o no, colti e incolti, siano infantili e sottoculturali, emotivi e illogici, faziosi e intolleranti delle ragioni dell’altro. Non solo al bar, ma soprattutto nelle famigerate trasmissioni "corrida" in tv, e perfino in Parlamento, per modo di argomentare, cultura e "logica" aberrante (tipico è il procedimento di passare rapidamente da un argomento sul quale si sta perdendo o non si ha più nulla da dire a un altro del tutto imprevedibile), constatiamo spesso che tra uomo della strada e politici di non c'è differenza. Solo che il primo è peggiore per faciloneria, i secondi sono peggiori per arroganza.
      Laureati o no, anche su internet e Facebook, come si capisce dall’insofferenza per la lettura di testi che superino le 10-20 righe o poco più, dal rifiuto della lettura in genere, specialmente storica e saggistica, e anche dai grossolani equivoci e commenti sottoculturali, è evidente che molti hanno perfino difficoltà a capire al volo il significato complessivo d’un periodo o d’una frase appena un po' articolata (p.es. con analogie, paralleli ironici, frasi subordinate, qualche “ma”, “tuttavia”, “d'altra parte” ecc.). Di qui risposte rapide ed emotive, polemiche, qui-pro-quo ecc. E succede, dicono alcuni studi scientifici, anche agli esami di abilitazione di insegnanti di lettere!
      Ma probabilmente in questa grave carenza influisce la scarsa abitudine alla parola, scritta per gli incolti totali, parlata per i colti, scritta e parlata per i laureati d’annata ricaduti in una sorta di analfabetismo funzionale. Dopotutto – rivelavano altri studi – gli Italiani, e i cittadini dei Paesi cattolici in genere, hanno scarsa dimestichezza sia con le assemblee e le discussioni in pubblico, sia con la rapida interpretazione di un testo un poco complesso, anche per i limiti di alfabetizzazione nelle aree marginali e lo sfavore con cui la Chiesa tradizionalmente ha visto la lettura dei libri presso il popolo, nel timore che vi si diffondessero idee illuministiche, libertine o rivoluzionarie o ateistiche (“Li libbri, fiji, nun li leggete”, fa dire al classico prete ultra-conservatore G.G. Belli nei suoi Sonetti, ancora a metà Ottocento). Forse è il retaggio di queste oscure paure reazionarie tipiche della sottocultura cattolica che domina l'Italia dalla fine del Fascismo che siamo agli ultimi posti anche per spesa pro-capite per istruzione rispetto al Prodotto Interno Lordo (v. secondo grafico Ocse). E in effetti, gli Anglosassoni protestanti e gli Ebrei, che sono sempre stati in grado di prendere la parola in pubblico in qualche associazione o in parrocchia o in sinagoga, e anche di interpretare personalmente la Bibbia, hanno, all'opposto, sempre dato la massima importanza alla scuola, alla cultura e al merito dell'intelligenza, con risultati evidentissimi anche nel numero di premi Nobel assegnati.

IMMAGINI. 1. Numero di Laureati nei 34 Paesi della OCSE (2015). 2. Percentuale di Prodotto Interno Lordo destinata all'istruzione nei Paesi europei.

AGGIORNATO IL 2 FEBBRAIO 2017

10 novembre 2016

DEMOCRAZIA USA. La Clinton ha più voti dai cittadini, ma è eletto Trump.

Da liberale e democratico non mi piace ogni sistema elettorale che non rappresenta la volontà dei cittadini, volontà che dovrebbe essere il fondamento elementare di una Democrazia, specialmente quando arriva a falsare addirittura i risultati di una votazione importantissima, quella del Presidente americano. Ebbene, nella consultazione dell’8 novembre 2016 per l’elezione del successore del presidente Obama, il famigerato tradizionale “sistema USA” di voto, mediato dai cosiddetti Grandi Elettori dei vari Stati, ha fatto un poco violenza alla volontà dei cittadini, aggiungendosi alla grande violenza che i cittadini, tutti, si sono fatti da sé con la propria ignoranza ed emotività.
      Dopo la vittoria del repubblicano ultra-conservatore Trump, molti che non conoscono quel complicato sistema elettorale (a cui purtroppo si informano anche i sistemi europei, visto che il peggio, purché dagli Usa, viene sempre copiato) si sono meravigliati molto nell’apprendere che in realtà (a tener conto del voto dei cittadini) è stata la candidata democratica Hillary Clinton ad avere vinto. C’è poco da discutere, i numeri parlano chiaro: secondo i dati finali diffusi da Dave Wasserman del Cook Political Report, Hillary Clinton ha ricevuto dai cittadini degli Stati Uniti ben 665.844610 voti (pari al 48,6%), mentre Donald Trump, il "Presidente eletto", ne ha ottenuti 62.979636 (45,9%), ovvero quasi 3 milioni in meno (dati non definitivi)..
      Tre milioni di voti non sono pochi né irrilevanti in una competizione a cui partecipano pochi cittadini, ormai una minoranza. L’affluenza al voto, infatti, sarebbe stata, da fonti televisive (dato provvisorio) pari a poco più del 50%, ma non riferita all’intera popolazione, e neanche al corpo elettorale, ma solo ai cittadini che si erano iscritti nelle liste (operazione laboriosa negli Stati Uniti e che vuole la richiesta esplicita, insomma un comportamento attivo con incombenze burocratiche, del cittadino). È da ritenere perciò che per larga approssimazione solo un terzo degli aventi diritto al voto abbia votato.

Il ruolo dei candidati di disturbo: oltre 5 milioni di voti, per lo più anti-Clinton
      Alcuni osservatori di cose americane guardando le cifre avanzano l'ipotesi che non Trump, ma i candidati minori o di disturbo siano stati determinanti a spese della Clinton. E' un atteggiamento psicologico ben noto: non avendo nessuna possibilità di vincere avrebbero preferito vendicarsi della propria impotenza facendo perdere uno dei candidati, dimostrando così in qualche modo di esistere politicamente. In Italia lo facevano anche i gruppuscoli a sinistra del Pci e del Pds. Nelle ultime elezioni americane i candidati di disturbo, di ogni provenienza ma in realtà quasi tutti contro la Clinton, hanno totalizzato il 5% dei voti popolari e  scrive il politologo e americanista Massimo Teodori su Huffington Post  sono stati determinanti in ben 5 Stati dell'Unione: «I seguenti stati sono stati vinti da Trump con un margine infimo di voti popolari: Michigan (0,27%), New Hampshire (0,37%), Wisconsin (0,93), Pennsylvania (1,24%) e Florida (1,27%). In tutti questi Stati, i "terzi partiti" hanno ottenuto intorno al 3%-4%». 
      Insomma se il libertario ex-repubblicano Johnson (oltre 4 milioni di voti, mica spiccioli, e molti provenienti anche dal bacino elettorale dei Democratici), la ecologista Green (un milione e 200 mila voti, tutti sottratti ai Democratici) e altri minori avessero rinunciato; e soprattutto se gli elettori – immaginiamo giovani ed emotivi – non li avessero votati disperdendo i voti, l’odiosa-odiata ma esperta e democratica Clinton sarebbe stata eletta Presidente degli Stati Uniti al posto del cialtronesco e imbarazzante Trump. Che perciò deve ringraziarli, insieme ai giornali, alle tv e ai frequentatori di Internet e dei social forum che lo hanno "lanciato" e favorito come sostenitori o anche solo per averlo messo in burletta ripubblicando foto e gaffes. E' una legge della comunicazione di massa: più si critica citando testi e pubblicando foto scandalose, più si fa pubblicità alla persona criticata.. 
      E invece quegli elettori marginali ma determinanti hanno ottusamente votato “secondo coscienza”, senza sapere che in Democrazia contano gli effetti del voto, più del voto stesso, e che la coscienza deve occuparsi di quelli più che di questo. 
      Ma di questi candidati ed elettori marginali nessun opinion maker sapeva nulla, neanche la stessa Clinton, che ha speso milioni di dollari per la campagna elettorale e i sondaggi? Neanche i giornalisti e i commentatori avevano informazioni riservate? E allora perché non hanno parlato, che dico, messo in guardia? Insomma, deve essere stata una lotta di stupidi contro stupidi. E ha vinto il meno stupido e il più fortunato: Trump

Il complicato e irrazionale sistema elettorale americano
      Negli Stati Uniti le elezioni del Presidente sono elezioni di secondo grado. Prima i cittadini eleggono i Grandi Elettori, poi questi delegati eleggeranno in un secondo momento il Presidente. I Grandi Elettori, eletti in ciascuno Stato con sistema maggioritario (il partito che ottiene anche un solo voto in più si prende tutti i Grandi Elettori), sono 538 (numero pari alla somma di senatori, che sono 2 per ogni Stato, e dei deputati, che variano a seconda dei residenti, oltre ai rappresentanti del Distretto di Columbia, la capitale Washington). Per diventare presidente bisogna raggiungere la maggioranza assoluta dei voti dei Grandi Elettori, cioè almeno 270.
      Ogni Stato ha i propri criteri per candidare i Grandi Elettori. Di solito vengono premiati in questa occasione coloro che più si sono spesi nella campagna elettorale per il partito o personaggi simbolo o molto popolari: quindi tra di loro ci può essere chiunque, dall’avvocato locale al militante paladino dei diritti civili, fino al cantante rock. La California, come Stato più popoloso, ha avuto nel 2016 il maggior numero di Grandi Elettori (55), seguita dal Texas (38) e dalla Florida e New York (29). Se, p.es., il candidato democratico vince (ha più voti dei cittadini) in Florida, si prende tutti e 29 i Grandi Elettori a disposizione dello Stato, scelti però nella lista fatta in precedenza dai democratici, non in quella repubblicana. Ma il bello è che solo 24 Stati hanno una legge che obbliga i propri Grandi Elettori a seguire il voto popolare. Alcuni delegati, perciò, potrebbero anche tradire il voto popolare e cambiare voto: è successo, anche se raramente.
      Fatto sta che con questo arbitrario e complicato sistema, dei 538 Grandi Elettori totali in questa elezione ben 306 sono andati a Trump e solo 232 alla Clinton. Un “effetto paradosso”, visto che quest’ultima aveva riportato più voti da parte dei cittadini.

Le proteste del regista e opinion maker Michael Moore
      Invece negli Stati Uniti il sistema elettorale è tabù: nessuno ne parla, dandolo per scontato, immodificabile. Tanto meno protesta. Solo il combattivo regista e opinion maker democratico Michael Moore, nella sua pagina Facebook, ha sollevato il problema esortando i cittadini democratici a non considerarsi sfortunati o perdenti, ma a comportarsi sapendo di essere maggioranza nel Paese:
      «Tutti devono ripetere a quelli che incontrano oggi questa frase [in maiuscolo nel post, NdR]: “Hillary Clinton ha vinto il voto popolare”» ha scritto Moore, che così continuava: «La maggioranza dei nostri concittadini americani ha preferito Hillary Clinton, invece di Donald Trump. Se vi siete svegliati stamattina pensando di vivere in un Paese fregato, state sbagliando. La maggior parte dei vostri concittadini Americani voleva Hillary, non Trump. L'unico motivo per cui Trump è presidente è per una folle, oscura, idea del 18° secolo chiamata Collegio Elettorale uninominle. Finché non cambieremo le cose, continueremo ad avere presidenti che non abbiamo eletto e non volevamo».
      In effetti, per il paradossale e ingiusto sistema uninominale secco americano (lo stesso che i nostri Radicali volevano importare per “filo-americanismo” estremo e provocatorio) nessun altro oltre il combattivo e irruento Michael Moore ha protestato, dopo e tanto meno prima delle elezioni, quando certamente sarebbe stato più corretto farlo. Anche se Moore potrebbe rispondere che protesta solo ora, proprio perché ha constatato che, malgrado un non irrisorio margine di voti popolari a lui contrario, si è imposto un candidato che probabilmente intaccherà diritti, prevenzione, sanità e stato sociale, tutte cose per le quali è auspicabile essere eletti a larghissima maggioranza, anche del voto dei cittadini.
      Solo il Partito Democratico si è complimentato con la Clinton per i “tanti voti popolari" avuti, guarda un po'. Come se il voto diretto dei cittadini fosse una cosetta secondaria in Democrazia, dove si può vincere anche per un solo voto...
      E invece tutti a straparlare di Grandi Elettori, Collegi e Stati, di complesse e arzigogolate alchimie e, magari, chissà, di adesioni politiche con voti di scambio. In barba ai cittadini.
Che cosa c'entrano gli Stati e i Collegi locali, con l'elezione non di senatori locali, ma dell’unica carica che unifica e, appunto, rappresenta tutta la Federazione, quella del Presidente degli Stati Uniti? Nulla.
      Insomma, è chiaro che negli USA c'è un significativo gap tra cittadini e rappresentanti, e che il metodo obsoleto di voto dovrebbe essere cambiato. Certo, siamo consapevoli della complessità del vasto e variegato mondo americano, ma auspichiamo la mera addizione nel computo dei voti popolari almeno per l'elezione del Presidente, visto che proprio in questa occasione tutto il popolo americano si riunisce per votare. Se deve essere il Presidente di tutti e non un mero coordinatore degli Stati singoli, allora deve essere votato tenendo conto esattamente dei voti di tutti i cittadini, non degli Stati
      Altro che “una testa, un voto”, come intendevano agli albori della Democrazia i Padri Costituenti europei e americani, sia pure con le cautele e paure già dette.

Una petizione in extremis perché i Grandi Elettori votino diversamente
      Intanto, negli Stati Uniti, molti cittadini colpiti dall’elezione di un personaggio così manifestamente inadatto all’altissima carica di Presidente, tanto da essere non solo imbarazzante ma un vero pericolo per la democrazia e la libertà dell’Occidente, una petizione popolare su Change.org – riferisce un articolo del Fatto Quotidiano – ha raccolto oltre due milioni di firme, rivolgendo ai Grandi Elettori che si riuniranno il 19 dicembre l’invito disperato a non votare Trump, ma la Clinton, perché Trump è “inadeguato” alla carica presidenziale: “La sua impulsività, la sua abitudine alla prepotenza, a mentire, i suoi trascorsi di molestie sessuali e la profonda mancanza di esperienza lo rendono un pericolo per la Repubblica“. Anche se è improbabile, teoricamente un simile tradimento sarebbe possibile, e perfino nei 24 Stati dove è vietato, ci sarebbe solo una piccola multa in caso di “tradimento” del voto.

Uno dei Padri Fondatori (1788): i Grandi Elettori creati per evitare le decisioni pazze del Popolo
      Parole che rimandano alla prudenza e alle paure che manifestarono sui rischi del voto popolare diretto gli stessi Padri Fondatori americani. Uno di questi, Alexander Hamilton, nel 1788 su The Federalist definendo le ragioni dell’esistenza del Collegio elettorale, aveva chiaramente spiegato che si trattava di uno strumento intermedio creato proprio per timore della democrazia diretta e per tutelare l’onorabilità della Presidenza, a evitare la “tirannia delle masse”. Perché il popolo, scriveva, “raramente giudica o decide nel modo giusto”. Invece, con l’intermediazione del Collegio dei Grandi Elettori tra il voto popolare e la Casa Bianca, “la carica di Presidente non finirà mai nelle mani di un uomo che non sia dotato in massima misura dei requisiti indispensabili”. Davvero illuminante questa diffidenza, ancora aristocratica e settecentesca (chi l’avrebbe immaginato, a parte gli studiosi di storia politica americana?), nei Padri Fondatori del Federalist. Ed erano ben altri tempi, con la società di massa ancora di là da venire! Figuriamoci che cosa penserebbero della democrazia populistica di oggi e della sua vera e propria “dittatura delle masse”.
      Però, con tutto il rispetto per il Padre Fondatore Hamilton, vorrei ricordargli (mentre si sta rivoltando nella tomba al pensiero che un tipo come Trump stia alla Casa Bianca) che, sì, ha ragione nel temere i colpi di testa del voto popolare, ma stavolta, la distorsione evidente (il voto a un uomo di nessuna esperienza e impresentabile) è creata non dal voto popolare, ma proprio dal Collegio di elettori intermediari da lui giustificato.
      Comunque, per il suo programma e per le esternazioni espresse in campagna elettorale, secondo l’elettorato democratico Donald Trump non ha quei requisiti minimi a cui accennava Hamilton. Del resto, aggiunge la petizione, non ha vinto il voto popolare. Ora la petizione spera – conclude Il Fatto – che sia pure in extremis Trump non vinca neanche le elezioni da parte del Collegio dei Grandi elettori.

E in Europa? Crisi del voto maggioritario e del bipolarismo: tornare al proporzionale
Soprattutto in Italia, ma ormai un po' in tutta Europa, dove vigono soprattutto i sistemi parlamentari e non presidenziali, sono il sistema maggioritario, il personalismo e il bipolarismo a essere sotto accusa: sono fonte di gravi distorsioni della volontà popolare e di ingiustizie politiche. Eppure la classe dirigente fa orecchie da mercante. Poi non si lamenti della crescente disaffezione dei cittadini, che sempre meno si occupano di politica e si recano a votare.
      Secondo noi, la terapia al caos e al populismo è una sola: tornare al voto proporzionale puro. Sarebbe la scelta più semplice e naturale, da che mondo è mondo: "una testa, un voto". Sistema tra l'altro facilissimo da calcolarsi, immune da trucchi ed errori di conteggio, e comprensibile immediatamente dai cittadini. E' l'unico onesto, perché veritiero sugli umori e i cambiamenti di idee dei cittadini.
      Ma a parte la riproduzione fedele del parere dei cittadini, il sistema proporzionale ha anche un valore altamente liberale e democratico, perché per fare le maggioranze costringe le forze politiche al dialogo costruttivo e agli accordi, dimostrando che la lotta politica in un sistema liberale vede nei contendenti non nemici o dominatori assoluti ed esclusivi l'uno dell'altro, ma soggetti dialoganti concorrenti su un piano di parità e correttezza.
      E poi il sistema di voto proporzionale agisce anche da preventivo verso le patologie sempre più gravi della democrazia moderna. La prima delle quali è il rischio di ridurre tutta la contesa politica a una sfida da Far West tra due candidati che inevitabilmente, vista la contrapposizione plateale e personalistica, inevitabile nel sistema uninominale e maggioritario, finiscono per essere due demagoghi sedicenti “carismatici”, senza idee originali o populisti. Le vicende politiche di parecchi Stati europei, Italia compresa, parlano chiaro dei limiti gravi e del carattere politicamente diseducativo e spettacolare del sistema all’americana, addirittura scimmiottato inserendo il nome del candidato Presidente (o della Repubblica o del Consiglio dei Ministri) direttamente sul logo dei partiti competitori e della scheda elettorale.
      È ora, perciò, di dire basta a queste americanate che non funzionano neanche in America! Torniamo al voto proporzionale, semplicemente sommando i voti individuali “un cittadino, un voto”. Facciamo la normale somma dei voti dei cittadini, senza arzigogoli e trucchi complicati. Questo spingerà i Partiti alle coalizioni, al bilanciamento, ed eviterà i colpi di testa, il massiccio voto di protesta e gli inquietanti personaggi, o totalmente inesperti o carismatici.
      Davvero, non è solo colpa del Populismo e della Demagogia, ma anche dei sistemi elettorali furbi o sbagliati se la democrazia sta andando in rovina e la politica è così screditata.

AGGIORNATO IL 21 DICEMBRE 2016

13 ottobre 2016

DARIO FO, istrione di genio. Così contro il Potere da diventare “giullare di Corte”.

Sottovalutato da attore comico e satirico, supervalutato da uomo di cultura e di ideologia, Dario Fo ha lasciato oggi questa Terra, sicurissimo di non approdare a nessun’altra. Come non ha fatto notizia l’inizio della sua carriera, così ora fa notizia la sua morte: singolare eccezione nel Paese in cui i buffoni non muoiono mai.
      In effetti, come dice con umorismo involontario la pubblicità di Radio Radicale, nessuno come lui era davvero così “dentro ma fuori dal Palazzo”. Senza quest’ultimo, sarebbe morto anzitempo e di freddo nel cortile: gli è convenuto, perciò, entrare.
      E infatti la famosa Fondazione Nobel (dall’inventore delle bombe e della dinamite) lo aveva premiato con un Premio sontuoso, lui ultra-pacifista e non-violento (verso gli amici; un po' meno verso i nemici), ma che da giovane aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini (ma i giovani sventati, si sa, fanno sciocchezze per entusiasmo; e del resto lo stesso aveva fatto un altro grandissimo istrione, Giorgio Albertazzi, forse perché il Fascismo è falsità estrema, teatro nel teatro).
      Legatissimo al Potere, per criticarlo a sangue (“Far odio” è l’anagramma perfetto del suo nome), ha dovuto per tutta la vita abbeverarsene avidamente, lucrando così senza averla programmata e quasi subendola, una comoda rendita di posizione di Critico Numero Uno, una sorta di involontario “buffone di Corte patentato e riconosciuto”, secondo l’antica e dignitosa tradizione italiana rinascimentale. La sua "maschera" inconfondibile, la sua esplosiva e irriverente risata, i suoi sberleffi circensi, nascondevano la durezza implacabile, quasi l'odio, del vero artista satirico.
      Una vera guerra continua, la sua: l'arma dello sghignazzo senza pietà di un pupazzo buffo, matto ed eterno bambino contro altri pupazzi mascherati, altrettanto buffi, quelli del Potere. Un pupazzo che al culmine del successo, conseguito grazie all'aiuto fondamentale della moglie Franca Rame, vera attrice e unica guida vera, che venendo da una famiglia di teatranti ha nel sangue il palcoscenico, nei primi anni Sessanta si stanca di fare il giocattolo della "borghesia", che ride e gli dà soldi per essere presa in giro, e approfittando della cacciata dalla RAI per aver parlato a Canzonissima di mafia e morti sul lavoro, passa dall'altra parte: la denuncia delle ingiustizie sociali.
      Ma nonostante la faziosità, la divisione del Mondo in "buoni" e "cattivi", la semplificazione manichea tra amici e nemici, e i conseguenti errori, anche quelli più vergognosi (i nemici ricordano ancora l'imperdonabile difesa degli assassini di neo-fascisti Mattei nel "rogo di Primavalle" e la mancata condanna delle Brigate Rosse; ma come si può rimproverare un artista di non capire nulla di Politica? E' la norma!), la sua satira si serviva sempre d'una fantasia gioiosa e liberatoria che era il suo modo "da circo" di fare teatro. Più che attore era un clown irriverente. Attratto e schifato, insieme, dall'oggetto dei suoi sberleffi. Come càpita ai satirici – vedi il romanesco G.G. Belli – la dipendenza parassitaria dall'eterno oggetto della satira, specialmente quando un generico e onnicomprensivo "Potere" finisce per abbracciare tutta la società, era evidente, e provocava una certa ambiguità. Fatto sta che per decenni, quella di Fo è stata l'unica vera opposizione di stampo popolare nella cultura dello spettacolo (e del teatro in particolare, sempre elitario) che si sia vista in Italia.
      Però, non venitemi a dire che Dario Fo era "anti-italiano": al contrario, sia per forma che per contenuto era italiano, italianissimo.
      Nel Paese degli istrioni, narcisi perdutamente innamorati di se stessi che si vedono sempre, per tutta la vita, “un uomo solo sul palco”, e pur dicendosi “indipendenti e soli con la propria coscienza”, anche quando sono Presidenti del Consiglio recitano in televisione a reti unificate un copione in realtà dettato dal pubblico (e come spiano la platea per modificare in tempo le battute e avere il massimo degli applausi!), Fo è stato un istrione sommo, un narciso incomparabile. Un italiano perfetto.
      Nel Paese dei guitti girovaghi di villaggio in villaggio, di parrocchia in parrocchia, sul loro carro di Tespi alla ricerca di qualche spicciolo per le loro filastrocche, ma più vogliosi di pubblico che di soldi, Fo è stato un guitto che ha fatto il giro di tutte le parrocchie. Un italiano vero.
      Nel Paese dei “buffoni di Corte” al servizio del Principe (ovvero, i Potenti di turno), compresa quel po’ di crudele critica di costume, ma innocua a ben vedere, sui soliti “malvagi” e “sfruttatori”, sempre gli “altri” ovviamente, sempre assenti dal palco, dalla platea e dalla reggia (il militare, il poliziotto, il prete, l’industriale, il capitalista, il fascista, il ministro), che fa tanto colore, riempie sempre i teatri, e in fondo piace anche al Potere, quello vero, che sta sempre da un’altra parte, e spesso – paradossi della vita – sta dietro allo stesso palco, Dario Fo è stato anche il Comico Ufficiale, il buffone di Corte per antonomasia, sempre osannato – qualunque cosa facesse o dicesse, anche sbagliata – dal monopolio della Corte dominante: giornali, mondo dello spettacolo, intellettuali, opinionisti. Insomma, bravissimo sul palco, ma fuori dal palco anche lui, perfino lui, un “amico degli ambienti giusti”, o per dirla col solito eufemismo, un “fortunato”. Italiano tipico.
      Fascista durissimo e antifascista implacabile nel giro di pochi anni, come molti Italiani, la sua incoerenza aveva una certa paradossale linea di “continuità” ideologica, qualcosa di “coerente”. Dal Fascismo di Mussolini al Partito Comunista di Togliatti, dalla Sinistra estrema di anarchici e “gruppuscoli” fino al Movimento 5 Stelle di Grillo, fu sempre comunque contro l’Occidente. Il Liberalismo non lo capì mai. Ecco perché, non solo per la vita, la carriera, la parabola nelle idee politiche, la genialità teatrale, la fantasia fresca e infantile di questo grande Commediante, più italiano degli Italiani anche negli errori, che non si è mai sentito “di Destra” neanche da fascista-comunista-grillino, convinto come tutti gli Italiani di avere avuto sempre ragione, ora la sua morte è celebrata come evento nazionale, santificata.
      Come si usa in Italia, dove all'avversario o rompiscatole che lascia il campo si fanno ponti d’oro, allo stesso modo, spedito finalmente nell'Aldilà l’ingombrante personaggio di turno, purché a decesso avvenuto e col certificato del medico, tutti, anche e soprattutto i nemici, improvvisamente parlano bene del Defunto. La soddisfazione di essere "postumi" è impagabile. Del resto, si sa, solo per la Chiesa e quindi solo in Italia i morti sono tutti Santi.
      Nel frattempo ci risuonano nelle orecchie le note stonate di "Bella ciao" suonata a tutto spiano ai suoi funerali "laici" (il nobile laicismo c'entra poco con Fo: non era meglio dire "non religiosi"?), una contraddizione stridente per una persona che - genio mimico e teatrale a parte - proprio negli anni di Bella Ciao era dall'altra parte della barricata. E si badi, l'altra parte allora non era il Fascismo "imborghesito" stile anni 30, ma proprio quello - se possibile - ancora più abietto e revanscista della RSI, vicina ai Nazisti! Si può, anzi si deve cambiare idea, se a vent'anni si era immaturi, ma poi un po' di buon gusto e un profilo basso e dignitoso per il convertito sono fondamentali.
      “Fu vera gloria?” Il Tempo lo dirà, e sarà inesorabile.

IMMAGINI. 1. La sua famosa risata. 2. Quattro espressioni della mimica di Dario Fo.

AGGIORNATO IL 14 OTTOBRE 2016

16 agosto 2016

CORPO e sport di oggi. Altro che cultura classica: gli atleti sembrano disarmonici.

Siete degli esteti? Allora è meglio che non assistiate alle gare delle Olimpiadi in modo troppo critico. Se davvero lo sport di oggi, è ormai solo spettacolo, che spettacolo è quello di un’èlite super-selezionata, che allo spettatore appare stranamente goffa e sgraziata, quasi deformata dall’eccesso di esercizio fisico e dalla competizione agonistica più dura? Ma non si era detto che lo sport, l’atletica, le Olimpiadi, sono l’inno al rigoglio fisico della migliore gioventù e, in particolare, queste ultime, il mito realizzato del dilettantismo più puro e disinteressato?
      Macché. Certo, ci sono atleti giovanissimi che esplodono all’improvviso nelle Università e fanno un’apparizione effimera, per poi tornare nel magma indistinto della folla da cui provengono. Ma si sono visti anche atleti pateticamente attempati, che perdono capelli, incanutiscono e invecchiano anzitempo a forza di calcare le piste, come vecchi attori, esperti, sì, ma spompati, finendo per gareggiare anche per quattro Olimpiadi di seguito, cioè per quasi 20 anni. Una continuità e un impegno che ricordano tanto il professionismo. Ma questo è un altro discorso.
      E allora,, quei segni evidenti di degrado fisico che osserviamo con stupore in televisione vogliono dire che gli atleti olimpici vengono scelti dal Caso tra il popolo, su cui hanno inciso abitudini e stili di vita sbagliati, oppure sono già segni di “malattia professionale”, effetti collaterali dello stress del professionista? Insomma, troppo poco o troppo sport?
      Sarò condizionato dalla cultura classica del corpo che – colpa dei Greci, per lo più piccoli e bruttini – ha abbellito in modo esagerato e innaturale fino a idealizzarlo il corpo degli Dei e degli Eroi, per dimostrare vera l’identità filosofica tra il kalòs (bello, armonioso) e l’agathòs (buono, valoroso); però, lasciatemelo dire, quanti corpi sproporzionati si sono visti alle ultime Olimpiadi!
      Lo so che è lessicalmente e filosoficamente scorretto pensare e dire queste cose, in certi casi addirittura vietato, proprio in quell’Occidente pseudo-liberale che si permette di insegnare la libertà al Mondo, mentre non mostra di apprezzare o addirittura tollerare né lo spirito critico, né la satira. Come sa bene Giuseppe Tassi, direttore del Quotidiano Sportivo, licenziato dal proprietario Riffeser per aver dato, e pure affettuosamente, delle “cicciottelle” ad alcune arciere italiane.
      Ma appunto per questo sottolineo con forza il diritto di dire la propria opinione anche in fatto di estetica, e comunque il diritto a usare le parole più chiare e dirette tramandateci dalla nostra grande letteratura - nel massimo rispetto delle persone, s'intende - senza essere costretti all'ipocrisia dei giri di parole o neologismi, o senza essere condannati alla censura.
      Ma purtroppo oggi tutti si vergognano di tutto, e soprattutto non amano essere definiti. Una curiosa pruderie piccolo-borghese per cui l'antico spazzino deve essere chiamato "operatore ecologico", l'antica serva dapprima è diventata "cameriera", poi "collaboratrice domestica", e lo zoppo o sciancato di Shakespeare, Ovidio e Boccaccio è stato trasformato prima in handicappato, poi in"disabile", ora ancor più ipocritamente in "diversamente abile".
      Figuriamoci se a uno dai in pubblico e per iscritto del "ciccione", sia pure bonariamente: il suo avvocato lo spingerà a querelarti! Le parole, per chi è ignorante, non hanno o hanno perso la loro antica dignità letteraria. Oggi per i molti incolti della società di massa, su cui si fonda la finzione rituale della Democrazia, le definizioni, non parliamo poi dei giudizi di valore, delle gerarchie estetiche, della stessa critica, sono diventate tabù. Del diritto di parola e della libertà di espressione (che mette tutti sullo stesso piano: tutti possono replicare con altrettali parole) non sanno che farsene. L'unica preoccupazione è l’esigenza populistica ed “elettoralistica” (i lettori sono anche elettori) di non urtare la suscettibilità di nessuno, anche se infondata perché non c'era nessuna volontà di offendere.
      Perciò, non si può dire che molti atleti moderni sono "brutti", ma al massimo e solo eventualmente, a parere personale, comparati con i modelli estetici delle statue antiche, disarmonici, muscolarmente sbilanciati.
      Eppure certe immagini parlano da sole, Signori Giudici, di vero e proprio sovrappeso, perfino di obesità: basta avere gli occhi per guardare! E la Storia dello sport parla: ci sono stati perfino portieri di calcio pesanti ben 130 chilogrammi.
      Eppure, rendendo ancora più ipocrita l’idealizzazione scultorea dei Greci, che almeno era soltanto etico-estetica, anche i moderni mistificatori pretendono che gli Eroi, gli Dei di oggi (e che altro sono gli atleti vincitori?) siano dipinti non come sono in realtà, come appaiono a tutti, visto che le fotografie si diffondono dappertutto via web, ma come sono stati idealizzati dalla pubblicità, dal mercato, dalle squadre e dagli allenatori. A scopo di lucro, s’intende, cioè di obnubilamento collettivo, perché gli atleti, specie quelli che vincono, devono apparire sovrumani in tutto, anche nella bellezza, se vogliamo che il sistema consumistico che investe miliardi di euro ogni anno su questi nuovi Miti religiosi che hanno preso il posto delle Religioni rivelate (solo in Occidente, purtroppo...) continui a funzionare e a produrre profitti inutili e parassitari, dietro cui non c’è nessun bene concreto.
     Ma noi, sarà per il nostro pericoloso estetismo naturalistico, per la passione per i canoni di bellezza e armonia delle proporzioni che tra Antichità greco-romana e Rinascimento sono stati valori eccelsi della grande civiltà dell’Occidente; ma anche per l’ammirazione della naturalità del corpo umano in sé, che se lasciato a se stesso, cioè alla Natura dell’Uomo, è sempre bello (ideologia che ci fece scrivere da giovani una “Guida al Nudo”, come un baedecker alla riscoperta della nostra corporeità nascosta e umiliata dalle Chiese e dall’ottusità psicopatologica di alcuni Umani), continueremo a far notare la stridente contraddizione che pochi notano, e nessuno denuncia.
      Gli Eroi e Dei di oggi, cioè gli atleti vincitori, sono fintamente, scandalosamente idealizzati nelle forme, proprio come nelle statue dell’arte classica. Ma mentre gli scultori greci e romani, perfino l’ultimo copista, riuscivano a dimostrare visivamente la bellezza e armonia della loro ricostruzione idealizzata di popoli tozzi, brutti e contadini, rotti a tutte le fatiche agricole, pastorali e militari, creando almeno delle opere d’arte eccelse del tutto avulse dalla realtà antropologica, ma appunto per questo eterne, i mistificatori degli eroi d’oggi (gli atleti) non creano nulla, ma si limitano a vietare che qualcuno dica che in una folla di semi-dei prefabbricati, tutti perfetti, tutti uguali, tutti artificialmente “belli”, sono numerosi i casi in cui davvero “il Re è nudo”, cioè brutto, sgraziato, deforme, goffo, troppo magro, perfino troppo grasso. Vizi imbarazzanti perfino per anonimi passanti in una qualsiasi città moderna, figuriamoci per la “elite del genere umano”, come viene considerata in modo enfatico dall’immaginario collettivo, specialmente giornalistico-giovanile, il mondo dello sport.
      La realtà, anche qui, è diversa: accanto a corpi eumorfici, anche se spesso anonimi, perfino nel mondo degli atleti, da quando esiste documentazione fotografica, una consistente percentuale è davvero disarmonica in confronto alle testimonianze di bellezza e armonia lasciateci dagli artisti del passato (v. foto di confronto). E lasciamo stare le facce, che pure sarebbero un divertente capitolo a sé, ma proprio nello sviluppo e nella proporzione di arti e muscoli su cui dovrebbe basarsi la stessa attività sportiva. Colpa di fattori genetici d’una ancora troppo recente civiltà contadina (e cioè paradossalmente poco sport e poca vita sana nelle ultime generazioni), oppure troppo sport (p.es. allenamenti esagerati e inumani fin dalla prima adolescenza, tali da deviare perfino lo sviluppo somatico)? Probabilmente non sarà né per l’uno né per l’altro.
      Allarma anche nello sport, specialmente in quello dilettantistico, questa divaricazione tra l’essere e il sembrare che è comune in tutte le attività, dalla politica alla cultura. Sembrava che almeno nell’esercizio fisico il corpo umano dicesse di primo acchito la verità, tutta la verità. Ma così non è. Cosicché alcuni sportivi, a guardarli o “non hanno il fisico” o ce l’hanno fin troppo: deformato, ridicolo. Pochi in proporzione, è vero, ma è una percentuale (5-10-20%?) che allarma. Neanche più dello sport ci si può fidare se si guarda alla bellezza, all’armonioso sviluppo del corpo.
      Fatto sta che certe gare non sono proprio un bel vedere. Galli da combattimento, tori da corrida, comunque animali d’allevamento dalle forme spesso sgraziate. O sembrano gobbi e curvi sotto il peso di abnormi muscoli delle spalle come certi nuotatori, oppure magrissimi e tutti tendini come fondisti e maratoneti (ecco perché gli Etiopici si trovano a loro agio), o altrimenti grotteschi perché gonfi di pettorali, bicipiti o quadricipiti. Ma altri, e non pochi, li prenderesti per gente qualunque, impiegati sedentari, pensionati-baby tutti poltrona-e-tv, già calvi o stempiati, insomma gente dall’aria anzianotta, per niente “sportiva”, a cui magari chi li incontra per caso senza sapere che sono Olimpionici consiglierebbe di «fare almeno un po’ di moto, se proprio non ce la fanno con lo sport», ma soprattutto di «stare a dieta per un paio d’anni»!
      Fatto sta che una semplice carrellata a caso tra le immagini reperibili sui giornali e su internet ci mostra un grado meravigliosamente alto di variabilità e diversità somatiche dei nuovi semi-dei che sono gli atleti, in totale discontinuità con l’idealizzazione della statuaria greco-romana.
     Atleti di ieri e di oggi scelti a caso, le cui immagini si trovano su internet, ai quali, sia ben chiaro, deve andare tutto il nostro e l’altrui rispetto, e perfino amore, sì, perché rappresentano quella piccola parte degli uomini che potrebbe vivere senza fatica come tutti, e invece pur di raggiungere l’ideale dell’eccellenza cerca nell’esercizio fisico, nell’intelligenza del corpo, nel superamento del dolore, il riscatto di una triste umanità pigra e sedentaria, indifferente a qualunque merito.

AGGIORNATO IL 17 AGOSTO 2016